Il peso del giudizio. Il “Trittico” di Salvatore Fiore e il senso del decidere

Tre pannelli che non si completano: si interrogano. Come accade in ogni aula di giustizia, dove la risposta finale non chiude mai del tutto la domanda

In collaborazione con la critica d’arte Daniela Piesco

C’è un momento, nell’esercizio della professione legale, in cui tutto si ferma. È il momento che precede la decisione: quello in cui le argomentazioni sono state svolte, le prove acquisite, i diritti invocati — e tuttavia la risposta non è ancora venuta. È una sospensione carica di tensione, che chi siede in aula conosce bene e che chi non ha mai varcato le porte di un tribunale fatica a immaginare. Salvatore Fiore, nel “Trittico” esposto nella mostra “Il dubbio è senziente, l’Equilibrio è Arte” ospitata presso la sede di TMC Avvocati Associati, ha trovato per quella tensione una forma visiva di rara precisione.

Tre pannelli che si interrogano

Il Trittico non racconta una storia lineare. I tre pannelli verticali che compongono l’opera non si completano a vicenda: si interrogano. È una scelta formale che rivela subito la natura profonda del lavoro: non la narrazione di un evento, ma la messa in scena di una condizione. La stessa condizione che abita ogni procedimento giudiziario: quella di parti, argomenti e prove che coesistono senza risolversi automaticamente in una sintesi, che reclamano ciascuno il proprio spazio senza cedere terreno, che aspettano che qualcuno — il giudice, il mediatore, l’arbitro — assuma il peso di trasformare quella molteplicità in una risposta.

Il rosso domina senza spiegare. È materia viva, carne e brace insieme, costruita per accumulo di campiture che sembrano tessere di un mosaico antico frantumato e rimontato con urgenza. Nella pratica del diritto, questo rosso è il conflitto nella sua forma più elementare: non ancora incanalato in categorie giuridiche, non ancora tradotto in domande e eccezioni, non ancora disciplinato dalla forma processuale. È la materia bruta della controversia — l’offesa subita, il danno patito, l’interesse leso — prima che il linguaggio tecnico la accolga e la contenga. Il merito del lavoro giuridico comincia esattamente lì, in quel rosso caotico e urgente, e consiste nel dotarlo di una struttura senza tradirne la verità.

La figura alata e il peso del sacro

Al centro del Trittico, una figura alata occupa lo spazio con la gravità di un’apparizione. In cima, un sole-volto che non illumina: sorveglia. L’iconografia è antica e non casuale: l’occhio che veglia, la figura che ascende senza raggiungere, la luce che non scalda ma controlla. Sono immagini che la tradizione giuridica occidentale ha fatto proprie sin dalle origini. La giustizia bendata, la bilancia, il fascio littorio, la toga: tutto il corredo simbolico del diritto è costruito sull’idea che la funzione giudicante sia qualcosa di più di un’operazione tecnica — che abbia una dimensione sacrale, o almeno solenne, che la distingua dall’arbitrio privato.

Quella solennità ha un costo. L’oro cola verso il basso nell’opera di Fiore come qualcosa che non regge il peso del sacro. È un’immagine di straordinaria onestà intellettuale: riconosce che il sistema della giustizia porta con sé un ideale — la decisione giusta, imparziale, definitiva — che la realtà quotidiana delle aule non riesce sempre a sostenere integralmente. I tempi del processo civile italiano, la lunghezza dei gradi di giudizio, la distanza tra il momento del torto subito e quello del suo riconoscimento formale: tutto questo è quell’oro che cola, quel peso che il sistema non riesce sempre a reggere senza perdere qualcosa per strada.

Riconoscere questo non è rassegnarsi. È, al contrario, il punto di partenza di ogni discorso serio sulla riforma della giustizia e sul ruolo degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie — la mediazione, l’arbitrato, la negoziazione assistita — che non si pongono in antagonismo con il processo ma lo affiancano proprio per sollevarlo da quel peso, per avvicinare la risposta al momento del conflitto senza sacrificarne la qualità.

I volti che emergono dal nero

Ai lati del Trittico, i volti emergono dal nero con la lentezza di chi è stato a lungo sepolto e non ha ancora deciso se tornare. È forse il passaggio più potente dell’intera opera. Quegli esseri che affiorano lentamente, incerti se tornare alla luce o restare nell’oscurità, sono un’immagine fedele di chi si affaccia al sistema giuridico per la prima volta portando una storia che vuole essere ascoltata e teme di non trovare ascolto.

Ogni fascicolo che entra nello studio contiene uno di quei volti. Qualcuno che ha subito un danno e vuole che gli venga riconosciuto. Qualcuno che ha perso qualcosa — un contratto, un rapporto di lavoro, un diritto patrimoniale, la serenità familiare — e cerca non soltanto una risposta tecnica ma una qualche forma di riparazione. La funzione dell’avvocato, in questo, non è soltanto quella di trovare il percorso giuridicamente corretto: è anche quella di accompagnare questi volti nell’emersione, di restituire loro la dignità di essere sentiti all’interno di un sistema che, nella sua complessità, rischia di ridurli a posizioni processuali, a codici fiscali, a numeri di ruolo generale.

Fiore non racconta: evoca

Salvatore Fiore porta nel nome e nel luogo tutta la carica simbolica di chi dipinge da un confine — geografico, emotivo, culturale. La sua pittura ha la densità di chi abita un territorio senza svenderne l’anima. Fiore non racconta, evoca. E ciò che evoca non si lascia nominare facilmente.

Il diritto, per contro, è per definizione il tentativo di nominare ciò che resiste alla nominazione: di tradurre in fattispecie il dolore, in domanda giudiziale il torto, in risarcimento la perdita. È un’operazione necessaria e al tempo stesso sempre parziale, perché nessuna sentenza restituisce davvero ciò che era prima, nessuna somma di denaro ripara interamente un’ingiustizia vissuta nel corpo e nella mente. L’evocazione di Fiore e la denominazione del diritto si guardano da sponde opposte dello stesso fiume: l’una ricorda all’altra ciò che non riesce a cogliere.

Ospitare questa opera nelle nostre sedi è stato scegliere di tenere in vista quella tensione. Di non dimenticare che dietro ogni fascicolo c’è una storia che eccede il fascicolo, e che la misura di una buona professione legale si gioca anche — e forse soprattutto — nella capacità di non perdere di vista questa eccedenza.

Per approfondire il percorso della mostra “Il dubbio è senziente, l’Equilibrio è Arte” e le opere esposte, il nostro studio è disponibile per ogni informazione.

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