Se la lampada si muove da sola e ti colpisce, non devi spiegare perché: la Cassazione ridisegna i confini della responsabilità del custode

Con l’ordinanza n. 15662/2026, la Terza Sezione civile della Corte di Cassazione chiarisce in modo netto che il danneggiato, per ottenere il risarcimento ai sensi dell’art. 2051 c.c., deve provare solo il nesso causale tra la cosa e il danno — non la dinamica completa del sinistro. Il resto è onere del custode. Tutto comincia il 21 settembre 2008, all’interno di una struttura sanitaria. Una lavoratrice dipendente di un’impresa di pulizie, impegnata nelle operazioni di sanificazione, viene colpita violentemente alla testa da una lampada chirurgica mobile — il tipo che in gergo si chiama “scialitica” — a causa di uno scatto improvviso del braccio superiore orizzontale del macchinario. Le lesioni riportate sono gravissime, con esiti permanenti. Nel 2011 la lavoratrice intraprende la strada giudiziaria, convenendo in giudizio la fondazione che gestiva la struttura sanitaria, chiedendo il risarcimento di tutti i danni — patrimoniali e non — subiti per effetto di quell’incidente, invocando sia la responsabilità oggettiva del custode ai sensi dell’art. 2051 c.c. sia, in via alternativa, la responsabilità aquiliana generale ex art. 2043 c.c. La fondazione si difende, chiama in causa l’impresa di pulizie appaltatrice, la quale a sua volta chiama in causa l’INAIL, che aveva già erogato alla danneggiata una rendita capitalizzata. Il Tribunale di Roma, nel 2017, rigetta la domanda. Il giudice di primo grado ritiene che la lavoratrice non abbia dimostrato il nesso causale tra la lampada e il danno, non avendo provato se lo strumento chirurgico avesse avuto un ruolo attivo nell’evento oppure fosse stato solo un’occasione fortuita. La Corte d’appello di Roma, nel 2023, conferma quella sentenza, condividendo le stesse ragioni: anche per i giudici del secondo grado, la mancata ricostruzione precisa della dinamica del sinistro rende impossibile stabilire se l’incidente fosse riconducibile a un normale impiego della lampada o a un comportamento imprudente della stessa danneggiata. La lavoratrice ricorre in Cassazione con tre motivi, lamentando la violazione degli artt. 2051, 2697 e 132 c.p.c. La questione giuridica al cuore della decisione Il problema che la Cassazione è chiamata a risolvere è uno di quelli che, pur sembrando tecnico, ha conseguenze pratiche molto concrete: quanto deve provare il danneggiato per ottenere il risarcimento dal custode di una cosa? La risposta dipende dall’esatta interpretazione dell’art. 2051 c.c., che recita: «ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito». La norma, dunque, individua nel custode il soggetto responsabile, salvo che egli riesca a dimostrare che il danno è dipeso da un fattore imprevedibile e imprevenibile, estraneo al suo controllo. La questione, in apparenza semplice, nasconde una trappola interpretativa in cui i giudici di merito erano incappati: confondere la prova del nesso causale — che spetta al danneggiato — con la prova della dinamica complessiva del sinistro, che invece non gli compete. Il principio affermato dalla Cassazione: basta il nesso, non la dinamica Con l’ordinanza n. 15662/2026, la Terza Sezione civile è netta. La responsabilità ex art. 2051 c.c. ha natura oggettiva: ciò significa che il custode risponde non perché si sia comportato in modo negligente, ma per il solo fatto di avere la disponibilità materiale della cosa che ha cagionato il danno. Al danneggiato incombe esclusivamente la prova del rapporto causale tra la cosa custodita e l’evento lesivo, indipendentemente dalla pericolosità intrinseca del bene e dalla ricostruzione analitica di ogni dettaglio del sinistro. La Corte richiama una giurisprudenza ormai consolidata — che va dalle ordinanze della Sezione Terza n. 2477-2483 del 2018 fino alla sentenza delle Sezioni Unite n. 20943 del 2022, passando per la sentenza n. 11152 del 2023 — per ribadire che la capacità di sorvegliare la cosa, di mantenerne il controllo e di neutralizzarne la pericolosità non è un elemento costitutivo della fattispecie, ma soltanto una chiave interpretativa della sua ratio. In altre parole: non è perché il custode poteva e doveva vigilare che risponde, bensì perché la legge ha scelto di allocare su di lui il rischio derivante dalla cosa che ha in governo. Nel caso concreto, la sentenza impugnata aveva essa stessa accertato che l’evento lesivo si era verificato come conseguenza del violento impatto con la lampada scialitica. Questo — afferma la Cassazione — era già sufficiente a ritenere assolto l’onere probatorio gravante sull’attrice. La Corte d’appello aveva però commesso un errore di diritto: aveva preteso qualcosa di più, ossia la prova della dinamica completa del sinistro, sovrapponendo due piani concettualmente distinti. Da un lato la correlazione causale tra cosa e danno — che la lavoratrice aveva provato. Dall’altro la spiegazione del perché la lampada si fosse mossa in quel modo — che non era affar suo dimostrare. Il custode deve provare il caso fortuito, non il danneggiato Una volta accertato il nesso causale tra la cosa e l’evento, è il custode che deve fornire la prova liberatoria. Egli può liberarsi dalla responsabilità solo dimostrando il caso fortuito — inteso come fatto imprevedibile e imprevenibile, senza intermediazione di alcun elemento soggettivo — oppure la rilevanza causale, esclusiva o concorrente, del comportamento colposo del danneggiato o di un terzo, ai sensi degli artt. 1227 e 2056 c.c. La Corte precisa ulteriormente un aspetto importante: il semplice malfunzionamento della cosa custodita non integra di per sé il caso fortuito. Per assolvere alla prova liberatoria occorre dimostrare qualcosa di esterno alla res e alla sfera di rischio che il custode ha assunto: un evento davvero imprevedibile e inevitabile. Altrimenti — osserva la Cassazione con rigorosa logica sistematica — il custode potrebbe andare esente da qualsiasi responsabilità per il fatto che la cosa si è guastata o ha funzionato male, e ciò equivarrebbe a una inammissibile interpretatio abrogans dell’art. 2051 c.c., svuotandone del tutto il contenuto precettivo. Un ulteriore principio di rilievo, richiamato dalla sentenza a scanso di ogni residuo dubbio: anche nell’eventualità in cui permanga incertezza sulla concreta causa del danno, quella incertezza ricade sul custode, non sul danneggiato. Il fatto ignoto, che non consente di eliminare il dubbio sullo svolgimento eziologico dell’accadimento, è a carico di chi aveva la disponibilità della cosa. Le
La convivenza more uxorio e la retroattività della revoca dell’assegno: la Cassazione fissa la decorrenza dalla domanda

La Prima Sezione Civile chiarisce che la modifica o la revoca dell’assegno di mantenimento tra coniugi separati producono effetti dalla data della domanda giudiziale, non dalla decisione. Un principio antico, ribadito con forza in una vicenda processualmente tormentata Tutto comincia nel 2018, quando il Tribunale di Termini Imerese pronuncia la separazione personale tra due coniugi, ponendo a carico del marito l’obbligo di corrispondere alla moglie un assegno di mantenimento mensile, nonché un contributo per il mantenimento dei figli, oltre alla metà delle spese straordinarie. In appello, la Corte di Palermo riduce il solo contributo per i figli, mentre la sentenza passa in giudicato senza ulteriori impugnazioni. Nel 2021, il marito torna in giudizio avanti al Tribunale di Termini Imerese, questa volta con un ricorso ex art. 710 c.p.c. — la norma che consente di chiedere la modifica dei provvedimenti economici della separazione al sopravvenire di nuove circostanze — deducendo due elementi: il peggioramento delle proprie condizioni reddituali e l’instaurazione, da parte dell’ex coniuge, di una stabile convivenza con un nuovo partner. Chiede perciò la revoca integrale dell’assegno di mantenimento in favore della moglie e la riduzione del contributo per i figli.rocci tradizionali che, pur consolidati nel tempo, potrebbero non essere più adeguati alle esigenze di un contesto normativo e fiscale in continua evoluzione. Il nodo della convivenza more uxorio e il primo giudizio di cassazione Il Tribunale respinge il ricorso per difetto di prova. La Corte d’appello di Palermo, adita con reclamo, riduce parzialmente il contributo per i figli, ma conferma il rigetto sulla domanda di revoca dell’assegno. I giudici palermitani ritengono che le risultanze istruttorie dimostrino l’esistenza di una relazione sentimentale ma non di una convivenza stabile e progettuale, quale presupposto per la revoca ex art. 156 c.c. Aggiungono, in particolare, che la deposizione resa dal figlio minore nel parallelo procedimento penale per violazione degli obblighi di mantenimento (art. 570 c.p.) non possa essere valorizzata perché generica, in quanto raccolta nell’ambito di un giudizio avente finalità diverse. Su questo punto, la Cassazione interviene con l’ordinanza n. 486/2024 e cassa il decreto: escludere il valore indiziario di una testimonianza sulla sola base della diversità del giudizio in cui è stata resa integra un error iuris. Le risultanze provenienti da altri procedimenti sono liberamente valutabili dal giudice civile come elementi indiziari, e la loro genericità deve essere accertata in concreto, non dedotta dal thema decidendi del diverso giudizio da cui provengono. Il giudizio di rinvio e la nuova questione sulla decorrenza La Corte d’appello di Palermo, in diversa composizione, riprende il giudizio. Questa volta, rivalutando la testimonianza del figlio — il quale aveva confermato di convivere con la madre e il nuovo compagno di questa dal 2019 — giunge alla conclusione opposta: la convivenza more uxorio è provata, e l’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge va revocato. Con decreto del 21 luglio 2025, accoglie dunque la domanda. Tuttavia, fissa la decorrenza della revoca dalla data della propria decisione, e compensa integralmente le spese di tutti i gradi del giudizio. Il marito propone un nuovo ricorso per cassazione, articolato su tre motivi. I primi due attaccano la statuizione sulle spese, che contrasterebbe con il principio di soccombenza e sarebbe sorretta da una motivazione meramente apparente, riducendosi alla formula generica della “complessità e peculiarità delle questioni” — formula inidonea a integrare le “gravi ed eccezionali ragioni” che l’art. 92 c.p.c. esige per giustificare la compensazione. Il terzo motivo censura la decorrenza della revoca dalla data della decisione anziché dalla domanda. Il principio della retroattività dalla domanda e le sue eccezioni La Prima Sezione dichiara fondato il terzo motivo e assorbe i primi due. Il ragionamento della Corte si dipana con chiarezza e vale la pena seguirlo nel dettaglio. Il punto di partenza è un orientamento giurisprudenziale consolidato, risalente almeno a Cass. n. 147/1994 e ribadito senza soluzione di continuità fino a Cass. n. 5170/2024: la revisione dell’assegno di mantenimento tra coniugi separati — sia nell’an che nel quantum — produce effetti dalla data della domanda giudiziale di modifica, non da quella in cui si sono verificate nella realtà le circostanze che giustificano la modifica, e non dalla data della decisione. La ratio è cristallina: un diritto non può restare pregiudicato dal tempo necessario per farlo valere in giudizio. Questo principio opera però su uno sfondo dogmatico preciso. I provvedimenti economici della separazione hanno efficacia rebus sic stantibus, il che significa che restano vincolanti fino a quando non intervenga una decisione di modifica. Il momento in cui, di fatto, sono maturati i presupposti per la modifica — la convivenza del coniuge beneficiario, il peggioramento reddituale dell’obbligato — è del tutto irrilevante ai fini della decorrenza: conta solo la data in cui la domanda di modifica è stata proposta. La Corte riconosce tuttavia l’esistenza di un’eccezione, enunciata da Cass. n. 17199/2013: se nel corso del procedimento emergono mutamenti della situazione economica delle parti intervenuti dopo la domanda, il giudice può modulare il quantum dell’assegno fissando misure e decorrenze differenziate, che tengano conto dell’evoluzione sopravvenuta fino alla decisione. Si tratta di un’eccezione circoscritta, che non può però essere utilizzata — come invece ha fatto la Corte d’appello nel caso di specie — per spostare tout court la decorrenza della revoca dalla domanda alla decisione, senza alcuna giustificazione fondata su mutamenti intervenuti nel corso del giudizio. La soluzione della Corte nel caso concreto Nel caso sottoposto al suo esame, la circostanza che fonda la revoca — la convivenza more uxorio dell’ex coniuge — era già stata dedotta in giudizio nel 2021 ed è stata accertata come sussistente fin dal 2019. Non vi è alcun elemento sopravvenuto nel corso del procedimento che giustifichi uno spostamento della decorrenza dalla domanda alla decisione. La Corte d’appello aveva perciò violato l’art. 156 c.c. nell’interpretazione consolidata della Cassazione, disponendo la revoca con decorrenza dalla decisione del luglio 2025 anziché dall’ottobre 2021, data del ricorso ex art. 710 c.p.c. Il decreto è quindi cassato con rinvio alla Corte d’appello di Palermo, in diversa composizione, con indicazione espressa di applicare i principi
Prestazioni professionali senza fattura: chi deve provare la gratuità? La Cassazione ribadisce le regole

Con l’ordinanza n. 14338/2026, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione chiarisce che l’onere di dimostrare la gratuità di una prestazione professionale grava sul professionista, non sull’Amministrazione finanziaria. La mera plausibilità non basta Può il Fisco presumere che un professionista abbia percepito compensi anche quando non risultano fatture emesse? E, soprattutto, spetta al contribuente o all’Agenzia delle Entrate dimostrare che quelle prestazioni erano davvero gratuite? Sono queste le domande al centro della vicenda decisa dalla Cassazione con l’ordinanza n. 14338/2026, depositata il 15 maggio 2026. L’Agenzia delle Entrate aveva notificato a un libero professionista un avviso di accertamento ai sensi dell’art. 39, co. 1, lett. d), d.P.R. 600/1973 e dell’art. 54, co. 2, d.P.R. 633/1972, contestando l’omessa fatturazione di compensi per prestazioni professionali e accertando un maggior reddito da lavoro autonomo. Dopo un tentativo di definizione in adesione rimasto senza esito, il contribuente aveva impugnato l’avviso ottenendo, in secondo grado, una pronuncia favorevole. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Puglia aveva infatti ritenuto plausibile che le prestazioni fossero state svolte a titolo gratuito, in presenza di rapporti amicali o di parentela, valorizzando il principio di cassa che governa il reddito da lavoro autonomo ai sensi dell’art. 54 del T.U.I.R. La Cassazione ha tuttavia accolto il ricorso dell’Agenzia, cassando la sentenza con rinvio. Il quadro normativo: principio di cassa, onerosità e presunzioni fiscali Per comprendere la decisione occorre muovere dal dato normativo. Il reddito da lavoro autonomo si determina, ai sensi dell’art. 54 del d.P.R. 917/1986 (T.U.I.R.), secondo il principio di cassa: rilevano i compensi effettivamente percepiti nel periodo d’imposta, non quelli maturati. Ne consegue che, se un compenso non è stato incassato, non dovrebbe rientrare nel reddito imponibile. Fin qui, la tesi del contribuente sembrava reggere: nessun pagamento, nessuna imposizione. Tuttavia, il ragionamento presuppone che la mancata percezione del compenso sia effettivamente accertata e non semplicemente asserita. È qui che interviene il meccanismo dell’accertamento analitico-induttivo previsto dall’art. 39, co. 1, lett. d), d.P.R. 600/1973, che consente all’Ufficio di rettificare le dichiarazioni dei redditi anche in presenza di contabilità formalmente regolare, ricorrendo a presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti. Nell’accertamento induttivo, dunque, non è l’Ufficio a dover dimostrare l’evasione con prove dirette: è sufficiente che costruisca un quadro presuntivo coerente, trasferendo sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria. La decisione della Cassazione: l’onerosità è la regola, la gratuità è l’eccezione La Corte di Cassazione, nell’ordinanza n. 14338/2026, riporta con chiarezza la questione entro i binari corretti. Il punto di partenza è un principio civilistico consolidato: nel contratto d’opera intellettuale, come in ogni altro rapporto di lavoro autonomo, l’onerosità costituisce l’elemento normale, ancorché non essenziale. Per esigere il compenso, il professionista deve provare il conferimento dell’incarico e il suo adempimento, ma non anche la pattuizione di un corrispettivo, perché quest’ultimo si presume. Ricade invece sulla controparte — e, in ambito fiscale, sul contribuente medesimo — l’onere di dimostrare l’esistenza di un accordo di gratuità. La Corte richiama espressamente, su questo punto, il precedente di Cass. n. 23893/2016. Sulla base di questa premessa, la Sezione Tributaria censura il ragionamento dei giudici di appello sotto un duplice profilo. In primo luogo, la Corte territoriale aveva erroneamente ribaltato l’onere della prova sull’Amministrazione finanziaria, ritenendo sufficiente la mera plausibilità della gratuità — desunta dalla modesta entità delle perdite su crediti — senza che il contribuente avesse offerto alcuna prova concreta. In secondo luogo, il giudice di rinvio non aveva tenuto conto della rilevanza indiziaria dell’omessa fatturazione, che costituisce di per sé un elemento presuntivo significativo quando non sia accompagnata da alcuna documentazione idonea a spiegare la condotta. Cosa avrebbe dovuto fare il professionista La Cassazione non si limita a cassare la sentenza: indica anche, con precisione, quale prova contraria avrebbe dovuto essere offerta dal contribuente. Per ciascuna delle prestazioni non fatturate, il professionista avrebbe dovuto fornire una spiegazione specifica e documentata delle ragioni della gratuità: ad esempio, la qualità personale del cliente, l’esistenza di un rapporto amicale o familiare, oppure la natura consequenziale e accessoria della prestazione rispetto ad altra precedente già remunerata. Non bastava, dunque, affidarsi a una generica allegazione di plausibilità. L’obbligo di prova era analitico, prestazione per prestazione. Questo passaggio è di grande rilievo pratico. La vicinanza della prova — vale a dire la maggiore facilità per il professionista, rispetto all’Ufficio, di conoscere e documentare i rapporti con i propri clienti — giustifica il trasferimento dell’onere probatorio. Il Fisco non può essere chiamato a dimostrare qualcosa che per sua natura è nella sfera di conoscenza esclusiva del contribuente. Implicazioni pratiche per i professionisti La pronuncia ha conseguenze concrete e immediate per tutti i liberi professionisti soggetti ad accertamento. Qualunque prestazione svolta senza emissione di fattura e senza percezione di compenso è potenzialmente esposta a contestazione fiscale. L’assenza di corrispettivo non è, di per sé, una difesa sufficiente: occorre che la gratuità sia documentata in modo specifico e tempestivo, non ricostruita a posteriori in sede contenziosa. In pratica, ogni volta che un professionista decide di rendere una prestazione a titolo gratuito — per motivi amicali, familiari, o per altre ragioni — è opportuno che formalizzi per iscritto l’accordo di gratuità in modo che abbia data certa. Questo documento non ha valore solo nei rapporti tra le parti, ma diventa lo strumento difensivo essenziale in caso di verifica fiscale. L’orientamento della Cassazione è, su questo punto, consolidato e coerente: la presunzione di onerosità vale come fatto notorio nel diritto civile e come presunzione semplice grave e precisa nel diritto tributario. Chi intende discostarsi da questa regola deve farlo in modo trasparente e documentato. Conclusione L’ordinanza n. 14338/2026 della Sezione Tributaria della Cassazione conferma un principio che i professionisti non possono ignorare: nel rapporto con il Fisco, la gratuità non si presume, si dimostra. L’accertamento analitico-induttivo è uno strumento potente nelle mani dell’Agenzia delle Entrate, e la mera invocazione di rapporti personali o familiari non è sufficiente a neutralizzarlo in assenza di prove concrete e specifiche per ogni singola operazione. Se hai ricevuto un avviso di accertamento che contesta compensi
La borsa di studio da dottorando basta a revocare l’assegnazione della casa familiare?

La Cassazione chiarisce quando il figlio maggiorenne va considerato economicamente autosufficiente — e cosa succede all’immobile assegnato all’altro coniuge Una proprietaria immobiliare si rivolge al Tribunale di Benevento per ottenere la declaratoria di inefficacia del provvedimento di assegnazione della casa familiare, sostenendo che i presupposti che lo avevano originato fossero ormai venuti meno. L’immobile le era stato ceduto con atto notarile, ma su di esso gravava ancora, opponibile ai terzi, il diritto di godimento riconosciuto all’ex coniuge del dante causa nel giudizio di separazione, in quanto quest’ultima conviveva con i due figli maggiorenni non economicamente autosufficienti. Il Tribunale prima, e la Corte d’Appello di Napoli poi, rigettano la domanda. Quanto al figlio di trentuno anni, il contributo paterno era già stato revocato non per raggiunta autosufficienza ma per inerzia colposa; quanto alla figlia, titolare di una borsa di dottorato di circa 16.350 euro annui, i giudici di merito la considerano ancora dipendente, ritenendo il reddito troppo esiguo e precario per integrare la piena indipendenza economica. La Cassazione, con l’ordinanza n. 9657/2025 R.G. (Cass. Sez. I civ., 20 aprile 2026, n. 10301), ribalta questa impostazione. Il quadro normativo: l’art. 337-sexies c.c. e la sua funzione L’assegnazione della casa familiare è disciplinata dall’art. 337-sexies c.c., che affida al giudice il compito di attribuire il godimento dell’immobile tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. La norma risponde all’esigenza di preservare l’”habitat” domestico — il centro degli affetti, delle abitudini e delle relazioni in cui si è strutturata la vita familiare — e non costituisce quindi un beneficio economico per il coniuge assegnatario, bensì una misura di tutela della prole. Ne consegue che, venuto meno l’interesse che la giustificava, il provvedimento di assegnazione perde la propria ragion d’essere e può essere revocato. Il problema interpretativo ricorrente riguarda proprio il momento in cui tale interesse cessa: non basta il raggiungimento della maggiore età, ma è necessario verificare se il figlio abbia conquistato l’autosufficienza economica. Ed è qui che si annida la questione più delicata: cosa si intende per “autosufficienza”, e chi ha l’onere di provarla? I principi fissati dalla Cassazione: rigore crescente con l’avanzare dell’età La Prima Sezione civile enuncia con chiarezza un criterio di valutazione progressivo: il giudice di merito è tenuto ad apprezzare le circostanze che giustificano il permanere dell’assegnazione caso per caso, ma con criteri di rigore proporzionalmente crescente in rapporto all’età dei beneficiari. In altre parole, più il figlio è avanti negli anni, più è difficile giustificare la protrazione del diritto all’immobile familiare. Questo principio non è nuovo nella giurisprudenza di legittimità — la Corte richiama espressamente Cass. n. 1585/2014 e Cass. n. 1761/2008 — ma la pronuncia in esame ne offre un’applicazione significativa: non è richiesto un lavoro stabile a tempo indeterminato per ritenere raggiunta l’adeguata capacità lavorativa. È sufficiente che il figlio percepisca un reddito o disponga di un’entrata tale da garantirgli il soddisfacimento delle esigenze essenziali della vita quotidiana. Il collegamento tra mantenimento, istruzione ed educazione — espressamente richiamato dagli artt. 147 e 315-bis c.c. — impone di leggere l’obbligo genitoriale come funzionale al percorso formativo e di inserimento sociale, non come vitalizio. Un ulteriore passaggio particolarmente incisivo riguarda la cosiddetta “inerzia colposa”: chi abbia già dimostrato di aver raggiunto una capacità lavorativa adeguata non può, in caso di successiva perdita del lavoro, far rivivere l’obbligo di mantenimento già venuto meno. Residuerà al massimo un obbligo alimentare, ben diverso per contenuto e presupposti. Il cuore della decisione: la borsa di dottorato come indice di autonomia La parte più innovativa dell’ordinanza riguarda la valutazione della borsa di studio per il dottorato di ricerca. La Corte d’Appello di Napoli aveva ritenuto che il reddito annuo di circa 16.350 euro fosse troppo esiguo e temporaneo per attestare l’indipendenza economica della figlia. La Cassazione ritiene questo ragionamento errato. Secondo la Suprema Corte, il conseguimento di una borsa di studio al termine del ciclo universitario, unitamente allo svolgimento di un’attività lavorativa che garantisce un’entrata superiore a mille euro mensili, costituisce un indice significativo del raggiungimento di una adeguata capacità lavorativa. Tale autonomia si desume non soltanto dal dato reddituale in senso stretto, ma dalla combinazione di tre elementi: l’esperienza lavorativa retribuita, l’età dell’interessata e il livello di competenza professionale acquisito con il completamento del percorso formativo. L’eventuale inadeguatezza del reddito percepito, sottolinea la Corte, non rileva di per sé, a meno che non sia stata dedotta e dimostrata l’impossibilità di reperire un’occupazione più remunerativa e conforme alle proprie aspirazioni, nonostante l’impegno profuso a tal fine. Nel caso di specie, questa circostanza non era stata neppure allegata. La Corte d’Appello avrebbe dunque dovuto motivare in concreto le ragioni per cui quegli elementi non fossero reputati sufficienti: non averlo fatto integra un vizio motivazionale che giustifica la cassazione con rinvio. Le conseguenze pratiche: cosa cambia per le famiglie separate Questa pronuncia ha ricadute concrete su situazioni frequentissime nelle famiglie separate. Chi è proprietario di un immobile su cui grava un provvedimento di assegnazione — e questo vale anche per il terzo acquirente, come nel caso esaminato — potrà invocare la revoca dell’assegnazione ogni volta che il figlio del coniuge assegnatario abbia completato il percorso formativo e percepisca un reddito, anche non particolarmente elevato, purché sintomatico di una capacità lavorativa raggiunta. Non sarà più sufficiente opporre la modestia o la temporaneità del reddito percepito: occorrerà dimostrare in positivo l’impossibilità di fare di meglio, nonostante un concreto e serio impegno in tal senso. Ciò sposta in modo significativo l’onere argomentativo su chi vuole mantenere il beneficio dell’assegnazione. D’altra parte, la pronuncia ribadisce che il sistema non intende abbandonare i figli in difficoltà: dove vengano meno i presupposti del mantenimento in senso tecnico, sopravvive l’obbligo alimentare, che tutela le situazioni di reale bisogno. Ma tra mantenimento e alimenti vi è una differenza sostanziale, tanto nei presupposti quanto nel contenuto, e confonderli equivarrebbe a distorcere la funzione dell’istituto. Conclusione La Cassazione, con questa ordinanza, compie un passo importante verso una lettura più equilibrata dell’art. 337-sexies c.c.: l’assegnazione della casa familiare serve a proteggere i figli durante il loro percorso
Mobbing o esercizio del potere direttivo? La Cassazione indica come distinguerli

L’ordinanza n. 12915/2026 della Sezione Lavoro chiarisce i confini tra legittima direzione aziendale e condotta persecutoria: un discrimine che può fare la differenza in giudizio. Immaginate un lavoratore dipendente di un’azienda sanitaria pubblica convinto di essere vittima di un sistematico disegno persecutorio da parte dei propri superiori: addebiti disciplinari che ritiene pretestuosi, pressioni organizzative che vive come angherie, una quotidianità lavorativa che percepisce come un assedio continuo alla propria dignità professionale. Decide di rivolgersi al giudice e chiede il risarcimento del danno da mobbing per oltre duecentocinquantamila euro. Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Napoli gli danno torto. Ricorre quindi in Cassazione, nella convinzione che i giudici di merito abbiano mal interpretato le norme a tutela del lavoratore. La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con ordinanza n. 12915/2026, pubblicata il 6 maggio 2026, dichiara il ricorso inammissibile e, nel farlo, offre una riflessione preziosa su uno dei nodi più delicati del diritto del lavoro: dove finisce il potere di direzione del datore di lavoro e dove comincia l’illecito persecutorio? Che cos’è il mobbing e perché è così difficile da provare Il termine “mobbing” — mutuato dalla psicologia del lavoro e ormai entrato nel lessico giuridico corrente — indica un insieme sistematico di comportamenti ostili, reiterati nel tempo, posti in essere dal datore di lavoro o da colleghi nei confronti del lavoratore, con l’effetto e spesso con l’intenzione di isolarlo, umiliarlo o spingerlo alle dimissioni. Dal punto di vista giuridico, il fondamento normativo principale si rinviene nell’art. 2087 c.c., che obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore. A questa disposizione si affiancano, nel caso di danno già prodotto, le norme generali sulla responsabilità civile: l’art. 2043 c.c. per la responsabilità extracontrattuale e l’art. 2049 c.c. per la responsabilità del datore di lavoro per i fatti illeciti dei propri dipendenti. La difficoltà pratica sta nella prova. Il lavoratore che invoca il mobbing deve dimostrare non solo i singoli episodi lesivi, ma anche — e questo è il punto più arduo — la loro valenza complessiva come espressione di un intento persecutorio. Un singolo richiamo disciplinare, una modifica delle mansioni, un cambio di turno: ciascuno di questi atti può essere perfettamente legittimo se considerato isolatamente. È l’insieme sistematico, orientato a un preciso scopo lesivo, che può trasformarlo in condotta mobbizzante. Il confine mobile tra direzione e persecuzione La Corte d’Appello di Napoli, nel provvedimento sottoposto a scrutinio di legittimità, aveva osservato che le condotte lamentate dal lavoratore non presentavano i caratteri della persecuzione illegittima: gli addebiti disciplinari non risultavano assolutamente insussistenti né evidentemente sproporzionati, e non emergeva alcun elemento sintomatico che consentisse di ravvisarvi un carattere meramente pretestuoso o discriminatorio. Al contrario, i giudici di merito avevano concluso che i provvedimenti datoriali erano riconducibili all’esercizio legittimo dei poteri di direzione e organizzazione, funzionale alle esigenze di un servizio sanitario che, per sua natura, non può tollerare interruzioni o carenze. Questo passaggio è di grande rilevanza pratica. Il giudice di merito non si è limitato ad affermare in astratto la legittimità del potere direttivo: ha verificato in concreto che i singoli provvedimenti, anche considerati uno per uno, non mostravano quella connotazione lesiva e degradante che è il tratto distintivo del mobbing. La domanda che ogni giudice deve porsi è, in sostanza, questa: l’atto del datore di lavoro trova una spiegazione razionale nelle esigenze organizzative dell’impresa, o la sua unica giustificazione plausibile è quella di mortificare il lavoratore? Se la risposta è la prima, siamo nell’area del lecito; se è la seconda, si apre lo spazio per il risarcimento. Perché il ricorso in Cassazione era destinato a fallire Il lavoratore aveva censurato la sentenza d’appello denunciando la violazione di numerose disposizioni: gli articoli 2, 3, 32 e 35 della Costituzione, a presidio della dignità della persona e del diritto alla salute, e gli articoli 2087, 2043 e 2049 del codice civile, oltre all’art. 1218 c.c., che disciplina la responsabilità contrattuale per inadempimento. Si trattava, in apparenza, di motivi di diritto, come richiede l’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c. per il ricorso per cassazione. La Corte ha però rilevato che dietro il paravento della violazione di legge si celava in realtà una richiesta di rivalutazione del merito: il ricorrente chiedeva sostanzialmente alla Cassazione di sostituire il proprio giudizio sui fatti a quello dei giudici di merito, senza indicare alcun errore di diritto commesso dalla Corte territoriale nel ricondurre i fatti accertati alle norme invocate. Questo è un vizio tipico e ricorrente nel contenzioso lavoristico: si lamenta la violazione dell’art. 2087 c.c. non perché il giudice ne abbia travisato il contenuto precettivo, ma perché si ritiene che avrebbe dovuto valorizzare diversamente le prove. La Cassazione ha ribadito — richiamando orientamento consolidato — che la valutazione delle prove è riservata al giudice di merito e non può essere rimessa in discussione in sede di legittimità, a meno che non emerga un vizio logico o giuridico nell’iter argomentativo della sentenza impugnata. Sul secondo motivo, relativo all’art. 1218 c.c. e alla ripartizione dell’onere della prova, la Corte ha osservato che la sentenza impugnata aveva accertato in positivo la legittimità delle condotte datoriali, sicché l’argomento del lavoratore — secondo cui egli avrebbe assolto il proprio onere probatorio e spettava al datore dimostrare la propria correttezza — era smentito dai fatti così come ricostruiti in giudizio. Cosa impara il lavoratore e cosa impara il datore di lavoro Per il lavoratore che intende far valere in giudizio una situazione di mobbing, questa pronuncia conferma alcune regole fondamentali. Non è sufficiente percepire soggettivamente le condotte datoriali come ostili: occorre raccogliere prove concrete dei singoli episodi, documentarne la sistematicità e la reiterazione nel tempo, e soprattutto individuare elementi obiettivi che rivelino l’intento persecutorio, ossia la finalità di ledere la dignità o la salute del lavoratore al di là di qualsiasi razionale interesse organizzativo. Un provvedimento disciplinare formalmente regolare, anche se vissuto come ingiusto, non diventa automaticamente atto di mobbing per il solo fatto che il lavoratore
Separazione coniugale e addebito: la Cassazione traccia i confini tra abbandono del tetto, mantenimento e assegno perequativo per i figli

Quando il rifiuto di convivere integra violazione degli obblighi matrimoniali, e cosa succede all’assegno provvisorio dopo la pronuncia di addebito La separazione personale tra coniugi è uno dei terreni più complessi del diritto di famiglia: le questioni sull’addebito, sul mantenimento e sui figli si intrecciano in modo spesso imprevedibile, con conseguenze patrimoniali di grande rilievo. Con l’ordinanza n. 12774/2025 R.G., depositata il 23 aprile 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha affrontato un caso che tocca tre nodi cruciali di questa materia: il rifiuto di stabilirsi nella casa coniugale come causa di addebito, la ripetibilità dell’assegno provvisorio corrisposto prima della pronuncia definitiva, e la determinazione dell’assegno di mantenimento perequativo per il figlio minore quando i redditi dei genitori sono molto squilibrati. Il caso: una convivenza mai davvero iniziata La vicenda trae origine da una separazione in cui il marito aveva chiesto che la separazione stessa venisse addebitata alla moglie, sostenendo che quest’ultima, subito dopo le nozze, aveva scelto di tornare a vivere a Roma dai propri genitori anziché stabilirsi a Milano, dove il marito risiedeva e lavorava stabilmente. La moglie, dal canto suo, aveva chiesto l’addebito al marito e aveva rivendicato un assegno di mantenimento. Il Tribunale di Roma, in primo grado, aveva accolto la domanda di addebito nei confronti della moglie e respinto ogni pretesa economica di quest’ultima. La Corte d’Appello di Roma aveva parzialmente riformato la decisione, riconoscendo a carico del padre un contributo mensile di mille euro per il mantenimento del figlio nei periodi di permanenza del bambino presso la madre, per un arco temporale ben definito. Entrambe le parti hanno quindi proposto ricorso per cassazione. Il rifiuto di convivere come causa di addebito Il primo tema affrontato dalla Cassazione riguarda la domanda di addebito. La Corte ha confermato l’orientamento consolidato secondo cui l’addebito della separazione presuppone che la crisi coniugale sia riconducibile in modo causalmente efficiente al comportamento volontario e consapevole di uno dei coniugi in violazione dei doveri matrimoniali. Non è sufficiente che vi siano stati disaccordi o tensioni preesistenti al matrimonio, perché la conflittualità del rapporto è cosa diversa dall’intollerabilità della convivenza. Il punto decisivo, in questo caso, è stato il rifiuto della moglie di stabilirsi a Milano dopo le nozze. L’art. 146 c.c. disciplina l’allontanamento dalla residenza familiare, prevedendo che esso, se unilaterale e privo di giusta causa, costituisce violazione del dovere di convivenza e può giustificare l’addebito. La Corte ha richiamato un principio ormai granitico nella sua giurisprudenza: il coniuge che abbandona unilateralmente il tetto coniugale, senza che ricorra una giusta causa o che tale abbandono sia determinato dal comportamento dell’altro, viola i doveri matrimoniali in modo tale da integrare la causa efficiente della rottura. In questo caso, i giudici di merito avevano accertato, attraverso una minuziosa analisi testimoniale e documentale, che l’appartamento di Milano era la casa coniugale concordata tra i coniugi, che lì era stata sperimentata la convivenza prematrimoniale, e che non esistevano ragioni di salute o lavorative che potessero giustificare il prolungato rifiuto della moglie di trasferirsi. La Cassazione ha ritenuto la motivazione della Corte d’Appello congrua e immune da vizi, ribadendo che la valutazione delle prove testimoniali è riservata in via esclusiva al giudice del merito. L’assegno provvisorio e la questione della ripetibilità Il secondo tema è di grande interesse pratico. Nel corso del giudizio di separazione, era stato attribuito alla moglie un assegno provvisorio. Il marito sosteneva che, a fronte della pronuncia definitiva di addebito, tali somme fossero ripetibili — cioè restituibili — ai sensi dell’art. 2033 c.c., norma che disciplina il pagamento dell’indebito oggettivo. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso su questo punto, ma la motivazione merita attenzione. I giudici di appello avevano già affrontato la questione ritenendo che l’assegno provvisorio, di modesta entità, avesse assolto durante il processo a una funzione di solidarietà coniugale, essendo stato verosimilmente destinato a coprire i bisogni primari di una coniuge priva di redditi. Su questa base, la Corte d’Appello aveva ritenuto le somme non ripetibili in via equitativa. La Cassazione ha osservato che il ricorrente aveva contestato l’importo dell’assegno provvisorio indicato nella sentenza impugnata, deducendo di avere in realtà versato una cifra mensile molto più elevata: ma una simile contestazione, riguardando un fatto risultante dagli atti di causa, avrebbe dovuto essere fatta valere con il ricorso per revocazione ex art. 395 c.p.c., non con il ricorso per cassazione per violazione di legge. Il motivo era pertanto strutturalmente inadeguato rispetto al vizio che si intendeva far valere. L’assegno perequativo per il figlio: redditi, tempi di permanenza e interesse superiore del minore Il terzo e più articolato tema riguarda il contributo al mantenimento del figlio minore. Dopo che il bambino era stato collocato prevalentemente presso il padre a Milano in esecuzione di un provvedimento della stessa Corte d’Appello del luglio 2018, la madre ne aveva la cura nei periodi di visita stabiliti. La Corte d’Appello aveva riconosciuto a carico del padre — collocatario principale — un assegno mensile di mille euro a favore della madre per i periodi di permanenza del minore presso di lei, limitato al periodo compreso tra il collocamento a Milano e l’emissione dei provvedimenti provvisori del giudizio divorzile (febbraio 2022). Il padre aveva impugnato questa statuizione sostenendo che la Corte non avesse valutato le effettive esigenze del figlio, i tempi di permanenza prevalenti presso di lui e la capacità lavorativa della madre. La Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti e tre i motivi su questo punto, ribadendo un principio fondamentale: il giudice del merito, nel determinare il mantenimento del figlio, deve considerare il notevole divario reddituale tra i genitori, i tempi di permanenza del minore presso ciascuno di essi e l’esigenza di garantire al bambino lo stesso tenore di vita presso entrambi i genitori. Questo è il criterio perequativo previsto dall’art. 337-ter c.c., che impone di assicurare al figlio condizioni di vita tendenzialmente omogenee nelle due case, indipendentemente da chi sia il collocatario principale. Le doglianze del padre erano in realtà volte a ottenere una rivalutazione del merito — operazione preclusa
Affidamento esclusivo: quando il giudice può derogare alla bigenitorialità

La Cassazione conferma che comportamenti violenti e scelte pregiudizievoli per la salute e l’istruzione del minore giustificano il regime eccezionale. Ordinanza n. 8017/2026 della Prima Sezione Civile. Un padre impugna davanti alla Corte di Cassazione la sentenza della Corte d’Appello di Ancona che aveva confermato il provvedimento del Tribunale di Pesaro: la figlia minore era stata affidata in via esclusiva alla madre, con visite patterne consentite soltanto in modalità protetta, alla presenza degli operatori dei servizi sociali. Il padre aveva proposto ricorso articolato in ben dieci motivi, contestando sotto molteplici profili la legittimità di quella decisione. La Prima Sezione Civile della Cassazione, con ordinanza n. 8017/2026 pubblicata il 31 marzo 2026, ha dichiarato il ricorso integralmente inammissibile, offrendo l’occasione per ribadire principi fondamentali in materia di affidamento dei figli. Il quadro normativo: bigenitorialità come regola, affido esclusivo come eccezione Il punto di partenza dell’intera materia è l’art. 337 ter c.c., che sancisce il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Questo principio — noto come bigenitorialità — non è soltanto una regola processuale, ma esprime un valore riconosciuto anche dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo: ogni bambino ha il diritto di crescere con entrambe le figure genitoriali, salvo che ciò si riveli contrario al suo interesse. L’affidamento condiviso è, dunque, la regola ordinaria. L’affidamento esclusivo a uno solo dei genitori costituisce, invece, un’eccezione rigorosa, disciplinata dall’art. 337 quater c.c., che ne subordina l’adozione all’accertamento — oggettivo e rigoroso — che il regime condiviso sarebbe contrario all’interesse del minore. La decisione della Corte e i criteri applicati La Cassazione, nel confermare la correttezza della pronuncia impugnata, ricorda che il giudice di merito detiene in via esclusiva il potere di valutare le prove e di trarre da esse il proprio convincimento. Non spetta al giudice di legittimità riesaminare i fatti: il ricorso per cassazione può censurare soltanto errori di diritto o vizi motivazionali che abbiano avuto un’incidenza causale determinante sull’esito del giudizio. Il ricorrente, invece, si limitava a richiedere una rivalutazione delle medesime circostanze già esaminate nelle precedenti sedi, il che è precluso in sede di legittimità. Quanto al merito dell’affidamento esclusivo, la Corte — richiamando il proprio precedente Cass. n. 24876/2025 — conferma che la deroga alla bigenitorialità è ammissibile soltanto in presenza di circostanze oggettive di effettiva gravità. Nel caso esaminato, tali circostanze erano plurime e concrete: comportamenti violenti del padre, il rifiuto di prestare il consenso alle vaccinazioni obbligatorie per la figlia sedicenne e l’opposizione all’iscrizione della minore alla scuola materna. Si trattava di scelte pregiudizievoli non soltanto per la salute fisica della bambina, ma anche per il suo percorso educativo e formativo. Autonomia del giudice civile rispetto alle valutazioni penali Un profilo di particolare interesse riguarda il rapporto tra il procedimento civile e quello penale. Il ricorrente sosteneva che il giudice civile avesse acriticamente recepito le valutazioni del giudice penale in ordine a un episodio di abbandono della minore, rispetto al quale la madre era stata prosciolte. La Cassazione rigetta questa censura, precisando che la Corte d’Appello aveva condotto una valutazione autonoma delle capacità genitoriali della madre, non appiattita sul dato penale. Ciò è coerente con un principio consolidato: il giudice civile della famiglia non è vincolato alle conclusioni del giudice penale e deve formarsi un proprio convincimento sulla base del complessivo quadro istruttorio acquisito nel procedimento. Il tema delle vaccinazioni e dell’istruzione: scelte genitoriali non neutrali Merita una riflessione specifica il rilievo che la Corte attribuisce al rifiuto del genitore di acconsentire alle vaccinazioni obbligatorie e all’iscrizione scolastica della figlia. Questi elementi non vengono trattati come mere divergenze educative tra genitori, ma come indicatori oggettivi di una condotta pregiudizievole per il benessere della minore. Sul fronte vaccinale, la giurisprudenza di legittimità è ormai consolidata nel ritenere che il genitore che si opponga irragionevolmente alle vaccinazioni obbligatorie eserciti la responsabilità genitoriale in modo contrario all’interesse del figlio. Analogamente, ostacolare l’accesso all’istruzione — anche nella sua fase iniziale — configura una scelta educativa lesiva dei diritti fondamentali del minore. Le implicazioni pratiche Per i genitori coinvolti in procedimenti di separazione o divorzio, questa pronuncia offre indicazioni operative di rilievo. Chi intende contestare un provvedimento di affidamento esclusivo deve articolare il ricorso su vizi di diritto o motivazionali specifici e causalmente rilevanti: non è sufficiente prospettare una diversa lettura dei fatti già esaminati dal giudice di merito. Per gli avvocati che assistono genitori cui venga richiesto l’affidamento esclusivo in loro favore, la sentenza conferma che il corredo probatorio deve documentare circostanze oggettive, concrete e plurime: comportamenti violenti, scelte sanitarie irragionevoli, condotte pregiudizievoli per l’istruzione o la formazione del minore. Per i professionisti dei servizi sociali, infine, il ruolo di monitoraggio affidato loro dalla sentenza di primo grado — confermato in appello e in cassazione — ribadisce la centralità del lavoro d’équipe interistituzionale nella protezione dei minori nelle crisi familiari. Conclusione L’ordinanza n. 8017/2026 della Cassazione si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai stabile: la bigenitorialità è un principio assiologico non derogabile per preferenza o convenienza, ma solo per necessità obiettivamente dimostrata. Il giudice può disporre l’affidamento esclusivo quando i dati concreti lo impongono, ma deve motivare con rigore quella scelta. Il padre che rifiuta i vaccini obbligatori e ostacola la scuola non esercita un diritto educativo: esercita la responsabilità genitoriale contro l’interesse del figlio. E questo, per la Cassazione, è un confine che il diritto non lascia valicabile. Se ti trovi coinvolto in un procedimento di affidamento o vuoi comprendere meglio come tutelare i diritti del tuo figlio, il nostro studio è a disposizione per una consulenza personalizzata.
Truffa o estorsione? La Cassazione fissa il confine nel caso del “falso finanziere”

Quando la minaccia proviene dall’agente, anche se immaginaria, il reato è estorsione: la Seconda Sezione penale chiarisce i criteri distintivi con la sentenza n. 11154/2026. Una coppia di anziani riceve una telefonata da qualcuno che si qualifica come appartenente alla Guardia di finanza. L’interlocutore prospetta rischi gravi: il sequestro del denaro, il trattenimento in caserma di un familiare, e conseguenze negative in caso di mancata ottemperanza. Intimoriti, i due consegnano denaro e gioielli. È truffa aggravata o estorsione? Questa è la domanda al centro della sentenza n. 11154/2026 della Seconda Sezione penale della Corte di Cassazione, pronunciata il 13 marzo 2026 e depositata il 24 marzo 2026, che fa il punto su un tema di grande rilevanza pratica, soprattutto alla luce del crescente numero di truffe ai danni di persone anziane. Due reati apparentemente simili, ma profondamente diversi Per comprendere la portata della decisione, occorre muovere da una distinzione di base. L’art. 640 c.p. punisce la truffa, che si consuma quando qualcuno, mediante artifizi o raggiri, induce in errore una persona, procurandosi un ingiusto profitto a danno altrui. La forma cosiddetta “vessatoria” — aggravata ai sensi dell’art. 640, secondo comma, n. 2, c.p. — ricorre quando la vittima viene indotta in errore prospettandole il timore di un pericolo immaginario o il finto obbligo di eseguire un ordine dell’autorità. L’art. 629 c.p. punisce invece l’estorsione, che si realizza quando qualcuno, mediante violenza o minaccia, costringe una persona a consegnare denaro o altra utilità, ponendola in una situazione di coazione reale: non un errore, ma un’alternativa ineluttabile tra subire il male minacciato e cedere a quanto richiesto. Sulla carta, la differenza sembra chiara. Nella pratica giudiziaria, però, il confine tra i due reati si assottiglia ogni volta che la condotta dell’agente mescola elementi di inganno e di minaccia, come accade tipicamente nelle truffe telefoniche ai danni di persone anziane. Il criterio distintivo secondo la giurisprudenza di legittimità La Cassazione, con la sentenza n. 11154/2026, ribadisce e affina il criterio elaborato dalla giurisprudenza assolutamente prevalente. Il punto dirimente non è se il pericolo prospettato sia reale o immaginario, ma da chi provenga — o sembri provenire — il male minacciato. Secondo il principio affermato nella pronuncia in commento, richiamando Sez. 2, n. 24624 del 17/07/2020, Rv. 279492-01, si configura la truffa aggravata quando il danno viene prospettato come possibile ed eventuale, senza essere mai ricondotto, nemmeno indirettamente, alla volontà dell’agente: la vittima non è coartata, ma è tratta in errore e si determina spontaneamente all’atto dispositivo. Si configura invece l’estorsione quando il male viene indicato come certo e realizzabile — direttamente o indirettamente — dall’agente stesso, sì che la vittima non versa in errore, ma si trova nell’alternativa ineluttabile di subire il danno o cedere al volere del soggetto agente. Un passaggio particolarmente significativo della motivazione riguarda la irrilevanza della realtà oggettiva del pericolo. La Corte, richiamando Sez. 2, n. 21974 del 18/04/2017, Rv. 270072-01, ribadisce che integra il reato di estorsione anche la minaccia di un male immaginario, quando essa sia percepita dalla vittima come seria ed effettiva: l’effetto coercitivo sulla volontà è identico, sia che il male possa essere davvero inflitto dall’agente, sia che costui lo faccia soltanto credere mediante inganno. L’esempio eloquente proposto dalla sentenza è quello della fattucchiera che ottiene denaro minacciando di compiere sortilegi contro un familiare: un male impossibile nella realtà oggettiva, ma percepito come reale dalla vittima, e soprattutto presentato come dipendente dalla volontà dell’agente. Il falso ordine dell’autorità: quando è truffa e quando è estorsione La sentenza n. 11154/2026 affronta anche un’ipotesi specifica, ricorrente in molte truffe ai danni di anziani: quella di chi si finge appartenente alle forze dell’ordine e prospetta una misura coercitiva (un sequestro, un arresto, una perquisizione). In questi casi, la Corte chiarisce che il discrimine rimane identico: si ha estorsione se il preteso falso ordine dell’autorità viene prospettato come promanante dall’agente stesso; si ha truffa aggravata se il medesimo falso ordine viene presentato come promanante da un’autorità terza, estranea all’agente. Nel caso esaminato, i soggetti indagati — spacciandosi per appartenenti alla Guardia di finanza — avevano fatto apparire come promanante da sé stessi il prospettato sequestro del denaro e la trattenuta del familiare in caserma. Secondo la Cassazione, il Tribunale del riesame aveva errato nel qualificare il fatto come truffa aggravata, omettendo di valorizzare proprio questo dato decisivo. Perché la qualificazione giuridica incide sulla durata delle misure cautelari La questione non è meramente accademica: la diversa qualificazione del fatto produce conseguenze concrete e immediate sulla posizione degli indagati. La Corte lo spiega con precisione, richiamando il meccanismo dell’art. 278 c.p.p., che disciplina la determinazione della pena agli effetti dell’applicazione delle misure cautelari, e dell’art. 303 c.p.p., che fissa i termini massimi di durata delle misure stesse. In caso di qualificazione come estorsione pluriaggravata — con cornice edittale da sette a venti anni di reclusione ex art. 629, secondo comma, c.p. — il termine di durata degli arresti domiciliari nella fase delle indagini preliminari è di un anno. In caso di qualificazione come truffa pluriaggravata — con cornice edittale da due a sei anni ex art. 640, terzo comma, c.p. — il medesimo termine scende a soli tre mesi. Per le misure meno afflittive, come l’obbligo di dimora e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, tali termini vanno ulteriormente raddoppiati ai sensi dell’art. 308, comma 1, c.p.p. È dunque evidente l’interesse concreto e attuale del pubblico ministero ricorrente: la riqualificazione operata dal Tribunale del riesame aveva, di fatto, dimezzato i tempi entro cui le misure potevano restare efficaci. Implicazioni pratiche: cosa cambia per le vittime e per i difensori Per i cittadini, e in particolare per le persone anziane — categoria statisticamente più esposta a questo tipo di condotte — la sentenza n. 11154/2026 ha un significato rassicurante: la Cassazione riconosce la piena gravità di queste condotte, escludendo che la finzione della qualità di appartenente alle forze dell’ordine valga di per sé a degradare il fatto a truffa. Il timore ingenerato nelle vittime, quando è timore di un male presentato
Collocamento dei minori e bigenitorialità: la Cassazione vieta le valutazioni astratte

L’età del figlio non basta da sola a giustificare la limitazione del rapporto con un genitore. La Prima Sezione civile fissa un principio destinato a incidere profondamente sulla prassi dei Tribunali di famiglia. Tutto nasce da una procedura di separazione avviata davanti al Tribunale di Parma, nell’ambito della quale vengono adottati provvedimenti provvisori e urgenti ai sensi dell’art. 473-bis.22, comma 1, c.p.c. Con ordinanza dell’estate 2024, il Giudice di primo grado dispone l’affidamento condiviso dei figli gemelli ad entrambi i genitori con un regime di frequentazione paritaria, prevedendo settimane alterne con ciascun genitore. La madre impugna il provvedimento davanti alla Corte d’Appello di Bologna, lamentando che il collocamento paritario non rispondesse all’interesse dei minori e chiedendo l’assegnazione della casa coniugale. La Corte d’Appello accoglie il reclamo: assegna la casa familiare alla madre, modifica il regime di collocamento disponendo la permanenza prevalente dei figli con quest’ultima e riduce significativamente i tempi di frequentazione con il padre a due pomeriggi settimanali e weekend alternati. La motivazione centrale è la giovane età dei minori, ritenuta di per sé sufficiente a privilegiare la figura materna. Il padre ricorre per cassazione, censurando il ragionamento della Corte distrettuale su tre fronti: la violazione dell’art. 337-ter c.c. per aver fondato la modifica del collocamento sull’unico criterio dell’età dei figli; la violazione dell’art. 337-sexies c.c. per aver assegnato la casa coniugale alla madre senza adeguata valutazione dell’interesse prevalente dei figli e della proprietà dell’immobile; infine, l’omesso esame di fatti decisivi, tra cui la circostanza che i minori venissero accuditi prevalentemente dal padre, con un orario lavorativo più flessibile e il supporto della nonna paterna. L’ammissibilità del ricorso straordinario per cassazione dopo il d.lgs. n. 149/2022 Prima di entrare nel merito, la Prima Sezione affronta una questione processuale di assoluto rilievo sistematico: l’ammissibilità del ricorso straordinario per cassazione avverso i provvedimenti resi in sede di reclamo nella fase presidenziale del giudizio di separazione e divorzio. La Corte richiama il proprio recente orientamento secondo cui, a seguito della riforma attuata dal d.lgs. n. 149/2022, la decisione resa in sede di reclamo contro l’ordinanza che ha adottato i provvedimenti temporanei e urgenti è ricorribile per cassazione quando riguardi statuizioni contenenti sostanziali modifiche dell’affidamento e della collocazione dei minori. Il rinvio operato dall’art. 473-bis.24, comma 5, c.p.c. ai “casi” di cui al comma 2 dello stesso articolo va inteso, infatti, in riferimento al contenuto delle statuizioni, non al tipo di provvedimento. Questo orientamento, già affermato in Cass. n. 1486/2025 e ribadito in Cass. n. 4110/2026, trova piena applicazione nel caso di specie: la decisione impugnata comporta, secondo la prospettazione del ricorrente, una significativa compressione del rapporto tra il padre e i figli, alterando un equilibrio relazionale già consolidato. Il principio cardine: l’interesse del minore richiede una valutazione in concreto Entrando nel merito, la Corte richiama il criterio fondamentale che governa ogni provvedimento adottato ai sensi dell’art. 337-ter c.c.: l’esclusivo interesse morale e materiale della prole. Questo criterio, che la Cassazione aveva già definito in modo rigoroso con l’ordinanza n. 21425 del 6 luglio 2022 (Sez. I), impone al giudice un giudizio prognostico sulla capacità di ciascun genitore di crescere ed educare il figlio, fondato su elementi concreti: le modalità con cui ciascun genitore ha svolto il proprio ruolo in passato, la capacità di relazione affettiva, la personalità del genitore stesso. Non solo la scelta del tipo di affidamento — condiviso, esclusivo o super-esclusivo — ma anche la disciplina del collocamento e delle modalità di frequentazione deve seguire questo stesso criterio, poiché sono queste statuizioni a incidere in modo diretto e quotidiano sulla vita concreta del minore. Il vizio della sentenza: un giudizio “in astratto” La Corte individua il punto critico della decisione della Corte d’Appello di Bologna: il giudice del reclamo ha operato un giudizio dichiaratamente “in astratto”, incentrato sulla sola età dei minori — che peraltro avevano già compiuto otto anni, ben al di là della fascia prescolare richiamata nella motivazione — senza dedicare la minima attenzione alle concrete modalità di relazione dei bambini con ciascun genitore. La tenera età è stata elevata a criterio prevalente rispetto all’intera realtà familiare, senza considerare come il rapporto padre-figli si fosse sino ad allora sviluppato, né valutare le capacità genitoriali dell’uno e dell’altro. In questo modo, la Corte distrettuale ha di fatto sostituito un ragionamento basato sulla situazione specifica con uno schema presuntivo fondato su un parametro anagrafico. Il principio di diritto enunciato dalla Cassazione Il primo e il terzo motivo vengono accolti, con assorbimento del secondo relativo all’assegnazione della casa familiare. La Prima Sezione enuncia il seguente principio di diritto, destinato a orientare la prassi dei giudici di merito: nei provvedimenti previsti dall’art. 337-ter c.c., il giudice è chiamato ad adottare statuizioni sull’affidamento, il collocamento e la frequentazione dei figli seguendo il criterio dell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, che coincide con la conservazione di un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori; tali statuizioni devono rispondere a una valutazione in concreto finalizzata al perseguimento di tale finalità, non potendo essere adottati provvedimenti che limitino grandemente la frequentazione tra uno dei genitori e il figlio in applicazione di valutazioni astratte non misurate con la specifica realtà familiare, avuto riguardo anche all’età del figlio. La decisione viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per i genitori e per gli avvocati di famiglia La pronuncia ha un peso pratico immediato e significativo. Per i genitori che si trovano ad affrontare una separazione o un divorzio con figli minori, essa conferma che nessun automatismo — nemmeno quello fondato sull’età del figlio — può da solo giustificare la compressione del rapporto con uno dei genitori. Il principio di bigenitorialità sancito dall’art. 337-ter c.c. non è un’enunciazione di principio, ma uno standard operativo che il giudice è tenuto a perseguire con misure concrete e calibrate sulla realtà familiare. Per gli avvocati di famiglia, la sentenza rafforza la strategia difensiva fondata sulla documentazione del ruolo genitoriale concretamente svolto: orari di lavoro compatibili con la cura dei
La terrazza sul tetto è davvero “mia”? La Cassazione chiarisce quando appartiene al condominio

La presunzione di condominialità del lastrico solare resiste anche alle terrazze private: per escluderla serve un titolo espresso e specifico Una terrazza che copre gli appartamenti sottostanti, per quanto accessibile soltanto dall’unità immobiliare di un singolo proprietario, si presume bene condominiale. Non bastano le dimensioni, il valore estetico o l’uso esclusivo di fatto per trasformarla in proprietà privata. Lo ha ribadito con estrema chiarezza la Corte di Cassazione, Seconda Sezione Civile, con l’ordinanza n. 5253/2026, pronunciata il 14 gennaio 2026 e pubblicata il 9 marzo 2026, al termine di una vicenda giudiziaria che si è protratta per quasi vent’anni e che offre spunti di grande rilevanza pratica per chiunque viva o gestisca un edificio condominiale. La geUna controversia lunga quasi vent’anni La vicenda trae origine da una situazione frequentissima nella vita dei condomini: copiose infiltrazioni d’acqua negli appartamenti sottostanti una terrazza a livello, con conseguente necessità di accedere alla stessa per eseguire le riparazioni urgenti. Il condominio interessato ottenne dal Tribunale competente un’ordinanza cautelare d’urgenza ex art. 700 c.p.c., che imponeva ai proprietari dell’unità immobiliare sovrastante di consentire l’accesso per i lavori. Il successivo giudizio di merito confermò il diritto del condominio ex art. 843 del codice civile, norma che obbliga il proprietario di un fondo a permettere il passaggio quando ciò è indispensabile per l’esecuzione di riparazioni alle parti comuni. Dopo i due gradi di merito e un primo intervento della Cassazione — che nel 2021 aveva cassato con rinvio la precedente sentenza d’appello, ritenendo necessario un accertamento più puntuale sulla natura giuridica della terrazza — la Corte d’Appello di Firenze, in diversa composizione, aveva nuovamente riconosciuto il diritto del condominio ad accedere all’immobile per effettuare le riparazioni necessarie. I proprietari hanno impugnato anche questa decisione, ma la Cassazione l’ha ora definitivamente confermata. La presunzione di condominialità ex art. 1117 c.c.: cos’è e come funziona Per comprendere appieno il significato della pronuncia occorre partire dall’art. 1117 del codice civile, che contiene l’elenco — non esaustivo — dei beni che si presumono di proprietà comune di tutti i condomini: si tratta di tutte quelle parti dell’edificio necessarie all’uso comune o destinate al servizio dell’intero fabbricato. Fra queste rientrano espressamente il suolo su cui sorge l’edificio, le fondazioni, i muri maestri, i tetti e, appunto, i lastrici solari. La presunzione di condominialità opera automaticamente: in assenza di un titolo contrario, il bene appartiene a tutti i condomini in proporzione alla quota millesimale di ciascuno. Non è però una presunzione assoluta, nel senso che può essere superata; tuttavia, per vincerla non basta qualsiasi prova contraria. La Cassazione, riprendendo un principio già enunciato nel precedente intervento del 2021 sulla stessa vicenda, ribadisce che la deroga all’attribuzione legale al condominio deve risultare da un titolo specifico: un’espressa disposizione contenuta nell’atto di alienazione, oppure un atto di destinazione proveniente dal titolare di un diritto reale sull’edificio, a prescindere dalla natura reale o personale del diritto così costituito. La terrazza a livello: una categoria ibrida ma soggetta alle stesse regole La terrazza a livello — quella che si trova alla stessa quota di un appartamento e ne costituisce spesso l’elemento architettonico di maggior pregio — occupa una posizione giuridica peculiare. È diversa dal lastrico solare tradizionale, che si trova in sommità all’edificio e non è direttamente collegato a nessuna unità abitativa, ma svolge la stessa funzione strutturale: proteggere dall’acqua e dagli agenti atmosferici i vani che si trovano al di sotto. Nella vicenda esaminata, i ricorrenti avevano insistito su un argomento apparentemente suggestivo: la terrazza era di dimensioni persino superiori all’appartamento cui era connessa (84 mq contro 80 mq), godeva di una splendida vista panoramica sul mare e sulla vegetazione circostante, e svolgeva solo marginalmente la funzione di copertura degli appartamenti sottostanti. Si trattava, a loro dire, di un elemento pertinenziale dell’appartamento, non di un bene condominiale. La Cassazione respinge questa impostazione con nettezza. Una terrazza a livello che svolga anche soltanto in parte la funzione di copertura dei vani sottostanti — ancorché appartenenti a edifici tra loro materialmente congiunti — deve presumersi bene condominiale ai sensi dell’art. 1117 c.c. L’ampiezza, il valore estetico, la possibilità di accedervi soltanto dall’appartamento contiguo: nessuno di questi elementi è idoneo, da solo o in combinazione, a escludere il regime di comunione. Non è nemmeno rilevante che uno o più comproprietari traggano dal bene utilità maggiori rispetto agli altri, poiché l’art. 819 c.c. salvaguarda espressamente i diritti dei condomini sulla cosa comune anche quando essa è destinata al servizio pertinenziale di una specifica unità. Quando si può derogare: il requisito del titolo espresso Il punto più delicato della pronuncia riguarda proprio la possibilità di rovesciare la presunzione. I proprietari della terrazza avevano invocato, a tal fine, una serie di atti: un atto di divisione del 1997 con cui era stata sciolta la comunione originaria sull’immobile, una delibera assembleare del 1998 e una successiva delibera del 2005. Sostenevano che questi documenti attestassero la natura esclusiva del loro diritto sulla terrazza. La Corte d’Appello, seguendo le direttive impartite dalla precedente sentenza di cassazione con rinvio, aveva invece interpretato l’atto di divisione del 1997 nel senso che la terrazza vi fosse rimasta estranea, e aveva considerato la delibera del 2005 come meramente ricognitiva di quello stesso atto — e dunque priva di valenza costitutiva di diritti. Su questo punto, la Cassazione non può sindacare: l’interpretazione degli atti negoziali è un’attività riservata al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto se trasmodante in violazione dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 e seguenti del codice civile, o in motivazione del tutto inadeguata. Non basta proporre una diversa lettura degli stessi elementi già esaminati per ottenere una revisione in Cassazione. Il principio che ne emerge è dunque chiaro e pratico: per attribuire a un singolo condomino la proprietà o l’uso esclusivo di un lastrico solare o di una terrazza a livello occorre un atto che lo dica esplicitamente, non uno che si limiti a regolare altri aspetti della vita condominiale o che venga poi interpretato come ricognitivo di situazioni pregresse. Il